Psicologia della solitudine

Che cos’è la solitudine?
Sembra oggi apparentemente una malattia da cui tutti dobbiamo fuggire, forse perché sempre più sentiamo la condanna di doverla vivere e nello stesso tempo la speranza di poter ritrovare in essa momenti di intimità con noi stessi. È proprio questo il paradosso che la solitudine diventa condizione psicologica. Condizione che sottolinea una difficoltà tipica della nostra società a ricercare e a mantenere rapporti interpersonali profondi e significativi. Una incapacità delle persone a stabilire e a mantenere rapporti positivi con gli altri.
Tutto questo genera una sorta di difficoltà e di confusione tra i rapporti autentici, dentro i quali sviluppare i nostri sentimenti, e quelli falsi dove invece si può confrontare solo attraverso “maschere sociali” e meccanismi di difesa.Il sentimento della solitudine, comportando in genere disagio, è in genere uno dei fenomeni meno studiati e conosciuti dalla maggior parte della gente, poiché necessita di una profonda analisi di sé che in questa società veloce sta diventando sempre più difficile. Molti sperimentano la solitudine quando si percepiscono isolati, disconnessi e alienati dal mondo che li circonda, questa condizione può avere un lasso di tempo variabile.
Ci sono sintomi correlati a questo sentimento che si manifestano in persone depresse o che vivono ai margini della società:
 - Distanza fisica dal gruppo di riferimento e dai gruppi in genere
- Scarsissimo contatto oculare con gli altri
- Laconiche risposte se si è interpellati 
- Difficoltà a concentrarsi
- Atteggiamento autolesionista
- Patologie alimentari
- Disturbi del sonno
- Poca attenzione all’igiene personale
Ma, nella cosiddetta normalità, si cerca di non soffermarsi su questo fenomeno o si cerca continuamente di prevenire la solitudine e/o distrarsi da essa. Paradossalmente, proprio per questo si è sempre più minacciati da questo spauracchio.
Aristotele gia afferma: “ non possiamo contemplare noi stessi partendo da noi stessi, l’uomo che basta a se stesso avrà bisogno di un’amicizia per imparare a conoscersi”. Quest’apparente contraddizione è un paradosso utile per capire che essere autonomi non vuol dire rifiutare gli altri e/o chiudersi al sociale.
Un altro paradosso è che negare la propria solitudine equivale a negare se stessi: per cercare di non soffrire si può entrare in uno strano spaesamento, un non-luogo che rappresenta l’immagine più affascinante ma anche più drammatica della solitudine.
Ognuno di noi può incontrare delle realtà che in un primo momento ha rifiutato. In realtà le “scuse” sono le proprie motivazioni a vivere socialmente, senza dimenticare che, talvolta, i troppi riferimenti sociali sono la medaglia opposta ai nostri desideri. Quando uno non è consapevole di questo, confonde spesso i propri desideri con i propri bisogni e allora, quando non si sa cosa si vuole veramente, si diventa sempre più dipendenti dalla paura della propria solitudine, si sta quasi in apnea per l’ansia di incontrarla dietro l’angolo.
L’importanza per ognuno di riconoscere la propria solitudine, e di esserne consapevole, è quasi sempre sottovalutata; in realtà le fughe da essa, spesso, conducono in una profonda alienazione.
Una persona che si abbandona e si arrende alla propria solitudine, risulterà senz’altro cambiata da questa profonda esperienza, perché non potrà rimanere immutata e inerte a lungo. Lasciarsi naturalmente cambiare fa paura; abbandonare dagli schemi, delle situazioni, anche delle malattie, ci fa sentire squilibrati e soli. Spesso la nostra follia ci fa accontentare di pseudo-amori, pseudo-conoscenze, pseudo-esperienze; tutto per non abbandonarsi, non dimenticare di controllare tutto, anche la nostra capacità di farlo; siamo dipendenti dal controllo degli altri e dal controllo sugli altri. Si può dire che solitudine, follia e dipendenza sono l’essenza dell’attuale contesto sociale. L’ansia per la solitudine deriva da una separazione da quello che uno è realmente e ciò che pretende di essere.
Talvolta quanto più la mente è sensibile tanto più il corpo è corazzato, quanto più il pensiero è creativo tanto più il corpo è bloccato, quanto più la mente spazia, tanto più il corpo è immobile. Il corpo “rimane solo” perché considerato soltanto un oggetto dell’ego e allora chi ha paura di perdere il controllo e la razionalità ha paura anche dell’amore e dell’orgasmo. Il timore di non trattenere più le emozioni ( le lacrime, le urla, il piacere profondo, la follia ecc.) rende allora molti individui inabili a muoversi e perfino a respirare. La paura della propria follia crea paradossalmente degli atteggiamenti folli. In definitiva l’atteggiamento delle persone che si barricano nelle proprie case corrisponde spesso al barricarsi nei propri corpi. La paura di essere dipendenti dagli altri crea delle dipendenze ancora maggiori da oggetti, sostanze, farmaci; perciò molti preferiscono essere dipendenti e intossicati con psicofarmaci piuttosto che cercare di vedere e affrontare realmente la propria solitudine e le proprie dipendenze.
Piuttosto che chiedere ed esprimere affetto e amore si preferisce riempirsi di cibo, di alcool, farmaci, sigarette ecc, cercando di scotomizzare i propri vuoti.
Come si può capire il nostro rapporto con la solitudine?
Vivendola in mille modi: stando in mezzo agli altri, analizzandosi, viaggiando da soli, partecipando a gruppi terapeutici, a gruppi d’incontro o a gruppi intensivi che possono aiutare a vedere insieme agli altri le strutturazioni della solitudine nascoste dentro e incrostate spesso di sovrastrutture emotive difensive molto antiche. Perciò dove c’è sofferenza, amore gioia e ogni tipo di emozione coinvolgente ci può essere una qualità di solitudine particolare. Quando non solo si accetta, ma si lotta contro, ecco che fa capitolino insieme ad essa una fuga dalla realtà e un rifugio nella dipendenza e/o nella malattia (follia). Allora vuol dire che l’individuo ha deciso di essere sempre meno protagonista e sempre più spettatore della propria esistenza.
È importante allora trovare i nodi, legami d’amore, di dipendenza e di inquietudine, per aiutarsi a entrare in contatto con la consapevolezza di questa solitudine, follia e dipendenza da cui ci si vuole allontanare e che proprio per questo aumentano nella società contemporanea.
Oggi più che mai c’è difficoltà a guardare e a sentire lo sguardo dentro come se si avesse paura di vedere o di farsi vedere.
Paura, paura del contatto, paura di sentire, paura di sentire paura.
Se il soggetto non si sente portato per nessuna arte, mestiere o professione, cerca di ovviare a ciò cercando di guadagnare molti soldi e così dimostrare a se stesso e agli altri di esistere attraverso l’avere.
La paura di non esistere crea situazioni ricorrenti di emarginazione e di autoemarginazione.
Spesso si ha paura di perdere quello che in realtà non si ha (la serenità, la consapevolezza, la sicurezza ecc.) e si teme la grande sfida col tempo: il cambiamento. Si ha paura di cadere, di tornare indietro, di incontrare il proprio sentimento di abbandono, di solitudine, di confusione, in qualche modo si ha paura di fermarsi, ma si teme anche andare avanti. La paura è, insieme alla solitudine, la protagonista della cultura contemporanea: paura di non avere, paura di perdere, paura di non sapere, paura di non arrivare in tempo, paura di sbagliare, paura di essere traditi, paura di vincere, paura di sapere, paura di ammalarsi, di morire, paura di aver paura, paura di rimanere soli…
Come rivoluzionare la situazione? Guardare in modo nuovo, pensare in modo nuovo, camminare in una maniera diversa, ascoltare differentemente, sentire cose nuove.
Tratto da  “Psicologia della solitudine” -  Autore Antonio lo Iacono -

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