Perché Eva si mangia le dita?

Eva, 19 anni, un viso magro e pallido, incorniciato da lunghi capelli biondi che sottolineano l’espressione triste degli occhi.
“Da quando ero bambina” racconta durante il primo colloquio “ho l’abitudine di torturare le unghie e le pellicine delle mani.” La giovane paziente ricorda come momenti di profondo dolore quelli in cui si strappava la pelle delle dita, che tuttavia continuava a “seviziare” fino al sanguinamento. “Più passavano gli anni” aggiunge “più le mie dita diventavano un campo di battaglia. Ciononostante, quel rituale era una droga per me, non potevo più farne a meno.”
Ogni volta in cui Eva desiderava sottrarsi ai litigi famigliari, ogni volta in cui le era impossibile manifestare il suo disappunto per ciò che non condivideva e si sentiva per questo "schiacciata” e avvilita, si ritrovava a “mangiarsi le mani”. “Volevo solamente esprimere le mie idee, dottoressa” continua la ragazza “mentre in realtà le soffocavo con quei morsi.” “Anche oggi” prosegue Eva “le mie dita sono una valvola di sfogo se qualcosa non va per il verso giusto, o se sento l’ansia crescere perché devo espormi in prima persona…”
 
MAI ALL’ALTEZZA DEGLI ALTRI
 
 La paziente infatti associa i momenti di disagio nella relazione con gli altri alle torture che si infligge, e confessa di sentirsi meglio con le mani in bocca perché “così è come se sparissi”. In realtà, emerge via via che Eva è stanca di nascondersi, di farsi piccola piccola di fronte a chiunque, di provare imbarazzo per come è.

“Sogno, dottoressa, di stare li dove sono, in piedi, con le mani libere di muoversi… Il problema,invece, è che mi sembra di non essere mai all’altezza della situazione o delle persone che frequento,del posto in cui mi trovo e delle valutazioni sul mio conto.

 

In terapia emerge che tanta parte nell’origine della scarsa autostima della giovane donna, hanno avuto le pesanti e ripetute critiche ricevute dai genitori quando commetteva uno sbaglio, se pur piccolo, l’umiliante rapporto con un’insegnante del liceo,che la reputava una nullità e, infine, il ragazzo che frequenta.”Paolo” racconta la paziente “mi desiderava snella e in forma, proprio mentre pretende che io mangi i dolci che cucina per me “. Durante una seduta di distensione immaginativa, la ragazza prova a lasciar “parlare” le sue mani: “Ogni volta in cui Eva ci morde,sentiamo tanta rabbia, ma non proviamo più dolore, neppure quando esce il sangue. Eva non può fermarsi, nemmeno davanti al male fisico, perché questo è il suo modo di chiedere aiuto, dato che non sa come sfogarsi e consolarsi altrimenti.

 

LA RABBIA TROVA SPAZIO   
 
Lentamente però la paziente impara a dar voce ai propri sentimenti e ad accettare la rabbia come un’emozione naturale.Col passare delle settimane rivolge sempre più attenzione e cure alle sue mani e, nello stesso periodo, si trasferisce in casa di un’amica, dopo aver lasciato il fidanzato e cambiata facoltà universitaria .

 

Eva si accorge con stupore che, grazie alle sue mani, è in grado di prepararsi il cibo che desidera, accarezzare il suo nuovo ragazzo e superare un esame scritto.

Al termine del percorso fatto assieme, la giovane si presenta con unghie e dita perfette e con una lettera indirizzata alle sue mani, che inaugura un rapporto finalmente sereno con esse.
Di Agnese Giannoni
Psicologa-Psicoterapeuta
fonteRIZA PSICOSOMATICA