Il silenzio e le parole: psicologia della solitudine

Nell’ambito del vasto programma di ricerca sulle nuove opportunità di Welfare per la famiglia, si intende approfondire il rapporto tra adolescenti e falsi miti. Si ha la sensazione che la società italiana sia pervasa da un culto della personalità “vincente” in un contesto di successo valutabile solo con i parametri della ricchezza accumulata. In definitiva una immagine distorta della realtà che si afferma e si propaga di pari passo con la diffusione delle nuove tecnologie mediatiche.

Di qui la crisi dei fondamenti della socializzazione giovanile in un’epoca segnata dall’esplosione dei mass media, che delinea uno scenario sociale completamente nuovo di cui la riflessione scientifica sembra occuparsi distrattamente. Si affermano stili e modi di socializzazione in cui l’autorevolezza delle agenzie formative classiche come scuola e famiglia si intreccia con difficoltà e spesso senza coerenza con il potere dei nuovi media della socializzazione informale. L’utilizzo di nuovi strumenti di comunicazione, quali ad esempio il telefonino ed Internet, sembra accrescere, piuttosto che stemperare, le difficoltà di comunicazione tra gli individui, rendendo ancor più incombente il generale senso di solitudine.

A quale solitudine ci riferiamo?
1)
      a quella dei figli che spesso sono soli perché i genitori lavorano tutto il giorno;
2)
      a quella dei figli che si sentono incompresi perché la qualità del tempo dedicato loro dai genitori è scarsa; 
3)      al senso di abbandono vissuto dagli stessi genitori nei confronti dei figli,  influenzati dal gruppo di coetanei molto presto a seguito della pressione mediatica che, ispirata da ragioni commerciali, determina contrasti forti nel dialogo intergenerazionale  tra genitori e figli;
4)
      alla solitudine vissuta dai nonni in una società strutturata sulla logica dell’efficienza fisica e della produttività economica;
5)
      alla solitudine vissuta dai nuclei familiari costituiti da una sola persona non per scelta, ma per necessità.

Di recente al Congresso Europeo sulla Famiglia (organizzato dal Vicariato di Roma) mi ha colpito la frase di un medico africano: ”da noi in Africa non si muore mai soli come da voi in Occidente”. La Solitudine è la manifestazione più evidente della fragilità della Famiglia nella società post-moderna dei Paesi sviluppati. La nostra società è afflitta da una solitudine dei sentimenti , del “comune sentire”. Non c’è solidarietà sociale se non nei momenti tragici. E’ la sfiducia nel futuro, ma anche l’assenza di valori e temi importanti su cui confrontarsi, che genera l’incapacità di comunicare al prossimo le proprie convinzioni ed emozioni. Non c’è vera partecipazione sociale perché il sociale è ridotto a pochi momenti di confronto su temi frivoli e futili.

COME AGIRE? 

Bisogna innanzitutto sapersi assumere le proprie responsabilità a qualsiasi età, imparare (ed insegnare) a “REAGIRE” alle mode massificatici che divulgano il modello del “più sani, (più giovani ), più belli”.

E’ questa la solitudine “generazionale” di chi non riesce a dare valore, e quindi a svolgere il proprio ruolo sociale nelle varie fasi della propria vita: da figlio, da coniuge, da genitore, da nonno.

Per reagire occorre un lungo e costante lavoro culturale che ponga al centro della Società la persona umana e che promuova una cultura dell’ESSERE e della costruzione del proprio essere, anche attraverso la riscoperta del senso della storia, della tradizione e della continuità e il recupero del rispetto per i valori che contano perché si tramandano nel tempo. Bisogna inoltre lottare compulsività e ansie che si stanno radicando nella nostra civiltà, che nel quotidiano determinano una ricerca affannosa di ciò che non si ha (che è quasi sempre solo il superfluo), mentre in un contesto più ampio conducono alla ricerca del potere espandendosi, guadagnando e conquistando a dispetto dell’altro, al prezzo altissimo di guerre e sopraffazioni di ogni genere.

In questo contesto, il rilancio della psicologia sociale deve servire a cogliere dalle difficoltà sociali lo spunto per soluzioni comunitarie valide per ciascun individuo. La scienza in generale e la psicologia in particolare possono cioè fare molto non tanto e soltanto nello sviscerare i problemi, quanto nell’individuare e diffondere nuovi stimoli ed efficaci strumenti perché l’individuo possa ritornare ad essere soggetto attivo nella ricerca di nuovi percorsi e possa esercitare senso critico e capacità di valutazione nel rielaborare i messaggi che la società di oggi diffonde. Inoltre, la scienza può fornire un valido supporto ai più giovani affinché essi siano in grado di utilizzare le nuove tecnologie come nuovi ed efficaci strumenti per la propria formazione.

Roma 10  Novembre 2004 - XXVI Congresso Internazionale Società Italiana di Psicologia

Giovanni Maria Pirone  - Direttore Generale Istituto Italiano di Medicina Sociale

Fonte:www.iims.it - Istituto italiano medicina sociale